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Sito della Prof.ssa Angelucci
Obiettivi di apprendimento e criteri di successo - 11/03/2018 PDF

Nell’ultimo post avevo cominciato a occuparmi di apprendimento mirato, limitandomi a trattare dei soli obiettivi. Vediamo ora cosa intende Hattie per criteri di successo:

“I criteri di successo riguardano la conoscenza dei punti di arrivo […]. Immaginiamo che io vi chieda di salire in macchina e guidare; a un certo punto vi dirò che siete riusciti ad arrivare a destinazione (ammesso che ci riusciate). Troppi studenti percepiscono così l’apprendimento” […] non dovrebbe stupire perciò che tanti studenti perdano interesse per la scuola e la abbandonino”. (pag 108)

Per approfondire il tema, e portarlo a conclusione, bisognerà tenere conto del fatto che:

 “Per quanto riguarda gli obiettivi di apprendimento e i criteri di successo, l’equazione dell’apprendimento ha cinque componenti essenziali: la sfida, l’impegno, la fiducia, le aspettative elevate, la comprensione concettuale” (pag 109 cap 4, Hattie Apprendimento visibile, insegnamento efficace)

La sfida è il cuore dell’apprendimento: imparare infatti significa rompere un equilibrio di conoscenze (ecc) non solo per aggiungerne altre, ma per armonizzare le nuove con le vecchie, quindi accettare continuamente una sfida.

Per questo è così faticoso. Per questo è così soddisfacente.

“Il problema con il concetto di sfida è che è individuale”: ciò che è sfidante per uno studente è banale per un altro e impossibile per un altro ancora (si spera di no…). E quindi si torna a uno dei punti essenziali: sapere cosa gli studenti sanno già per poter proporre loro sfide adeguate. Che li stimolino e non li scoraggino.

“Occorre conoscere già circa il 90% di quello che si andrà a padroneggiare per riuscire ad apprezzare la sfida e a trarne il massimo”.  E va anche peggio nella lettura: se non conosciamo il 95-99% dei termini di un brano, non possiamo assaporare la sfida di leggerlo e comprenderlo. Ecco: questo spiega tante cose. In particolare ci dice quanto è importante che ci accertiamo se gli studenti conoscono o no le parole che incontrano nei testi.

Penso per esempio ai problemi di fisica, che così tante difficoltà di comprensione danno ai ragazzi. Oggi, in una lezione individuale, un ragazzo di 14 anni ha trovato in un esercizio di fisica la frase “auto in panne” e non sapeva cosa significasse. Ho corretto per metà pomeriggio verifiche di fisica, e vi farei vedere come hanno interpretato molti studenti il seguente esercizio (situazione introdotta da un preambolo superfluo per adulti, spero):

“Calcola le componenti della tensione che dovresti esercitare su una corda – inestensibile e di massa trascurabile, che passi attraverso una carrucola ideale appesa al soffitto e che formi con il tratto di corda verticale agganciata alla massa M un angolo di 45° – per sollevare M a velocità costante (ricorda il I principio della dinamica)”.

Il panico! Esercizio di una banalità sconvolgente risolto correttamente solo da uno studente su 18 (tre leoni si sono sottratti direttamente alla prova).

“L’abilità sta nello spostare il centro dell’attenzione da sé stessi al compito incoraggiando e accogliendo in maniera positiva l’errore [che inevitabilmente si incontrerà]”.

L’impegno viene al secondo posto, dopo la sfida. E non è esattamente quel tipo di impegno di cui alla frase: “lo studente è intelligente ma dovrebbe impegnarsi di più”. Specialmente le studentesse della classe di cui vi sto parlando si impegnano e molto.

Ma si impegnano nel compito errato: non vogliono capire che devono impegnarsi a capire! Faticano come pazze per imparare. Come se si potesse arrivare a parlare una lingua straniera imparando frasi a memoria, invece che capendo come funziona la lingua stessa: com’è la sua struttura, che mentalità sottende, che visione del mondo. E poi conoscendo anche una certa quantità di vocaboli, certo.

Il loro metodo non funziona eppure non lo abbandonano. Per esempio sono anni che lavoro sull’importanza del disegno, senza convincerle: continuano a toppare esercizi perché toppano clamorosamente i disegni annessi ma insistono nel negare l’evidenza. Sembrano certi docenti che non insegnano nulla eppure non cambiano metodologia…

E qui entra in gioco la terza componente: la fiducia. Per motivi che non capisco, non riesco a conquistare la fiducia di queste ragazze e ragazzi. Il mio pretendere che ragionino e capiscano i ragionamenti mi rende ai loro occhi insopportabile. “Lasciaci imparare a pappardella e non ci dare fastidio!” sembrano dire con tutte le fibre del loro corpo. Non posso. Odiatemi pure, ma non sono qui per questo.

Poi, certo, è importante anche la fiducia che gli studenti hanno in sé stessi e nelle proprie capacità. Ma ne abbiamo già parlato.

Le mie aspettative sono elevate, come prescrive Hattie. Non lo sono troppo e non ignoro le esigenze degli studenti, correndo come un cavallo pazzo nelle praterie dei libri di testo enciclopedici. Ma non basta.

L'apprendimento avviene solo dove si è istaurato un affetto sincero. Quel peculiare affetto insegnante-studente che non potrei spiegare a chi insegnante non è. Una classe su quattro. Forse una e qualche figura sparsa qua e là…

E, ribadisco, credo sia il mio lavorare sulla comprensione concettuale (altro tasto su cui Hattie batte e ribatte) ad alienarmi le “simpatie” di molti studenti. Che fare?

Io continuo a chiedervi. E voi continuate a non rispondere… Ne avete facoltà, ovviamente.

 

 

Commenti 

 
0 #5 Alessandra Angelucci 2018-03-14 20:20
Caro Umberto, pubblico il tuo commento nonostante non sia completamente centrato, perché lo trovo comunque interessante.
Non è centrato perché non "adduco la mia insistenza come causa della mancanza di fiducia nei miei confronti" ma è interessante perché, in effetti, nell'articolo non emerge l'affetto
che metto nel mio lavoro. Ti ringrazio per lo spunto che mi dai: cercherò di scrivere un post affettivo o sull'affetto, appena possibile. Ciao
Citazione
 
 
0 #4 Umberto 2018-03-14 19:34
Se capisco bene, tu ti crucci per non riuscire a far comprendere ai tuoi alunni quanto sia importante studiare in modo significativo, piuttosto che meccanico, e adduci la tua insistenza, quale causa della mancanza della loro fiducia nei tuoi confronti. Ho avuto la fortuna di lavorare con una professoressa, ora in pensione, che in fatto di fiducia e affetto era Maestra. La fiducia non si conquista mostrandosi agli alunni come dei saputi, dei guru del sapere, questo può generare autorevolezza, ma non avvicina, al contrario può allontanare. L’affetto si dimostra iniziando ad avvicinarsi all’alunno chiamandolo per nome, facendogli percepire che a noi sta a cuore il suo successo scolastico; quando non riesce, piuttosto che riprenderlo, incitandolo a fare meglio la prossima volta con consigli specifici per lui. Ovviamente non bastano queste poche parole per conquistare la fiducia dei propri alunni, ci vuole molta esperienza.
Citazione
 
 
0 #3 Alessandra Angelucci 2018-03-13 17:50
Grazie del tuo commento, Giovanni.
Purtroppo temo che quel che dici - citando l'ottima Zan - sia quello che succede con alcuni colleghi.
Non mi pare di dare adito a questo tipo di fenomeno, anzi: ribadisco che ho la sensazione di essere odiata perché lo ostacolo.
Tristezza...
Citazione
 
 
+1 #2 GIOVANNI 2018-03-12 16:33
Ho postato un commento, dimenticando di mettere la spunta alla casella "Notificami i commenti successivi. Non so se sono ancora in tempo.
Il riferimento è all'articolo di R. Zan
http://www.liceocapece.gov.it/wp-content/uploads/2016/10/R.Zan-Lerrore-in-matematica-alcune-riflessioni.pdf
Citazione
 
 
+1 #1 GIOVANNI 2018-03-12 09:13
http://www.liceocapece.gov.it/wp-content/uploads/2016/10/R.Zan-Lerrore-in-matematica-alcune-riflessioni.pdf
Le 'risposte corrette' rassicurano l'allievo ma ... anche l'insegnante!!!
H. Gardner parla a questo proposito del “compromesso delle risposte corrette”: un patto fra insegnanti e studenti, in cui entrambi fingono che la risposta corretta dimostri che il processo di insegnamento / apprendimento ha avuto successo. L’assenza di errori comunque non garantisce assenza di difficoltà: una risposta corretta può essere il frutto di processi di pensiero scorretti o parziali e non di un’effettiva comprensione.
... Se infatti l’errore è un momento inevitabile dell’apprendime nto, esso può costituire per l’insegnante un segnale importante dello stato di tale processo.
La ‘comprensione’ è un processo di interpretazione , fondamentale per pianificare un’azione didattica che non si ponga l’obiettivo riduttivo di sostituire la risposta scorretta con una risposta corretta.
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