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Sito della Prof.ssa Angelucci
Caratteristiche degli studenti - 12/02/2018 PDF

“Oltre al rendimento pregresso, gli studenti portano in classe anche altro: la motivazione a imparare, le strategie per imparare e la fiducia nelle proprie capacità di imparare” (pag 93, cap 4, Hattie Apprendimento visibile, insegnamento efficace).

La questione non è banale e si fonda, secondo Hattie, su un assioma che mi convince molto: “gli studenti sono <<persone che scelgono>> e aspirano a imporre un senso di ordine, coerenza e prevedibilità al loro mondo”.

In questo senso, il perseverare di alcuni studenti nell’assumere atteggiamenti che ci paiono assurdi si spiega come ricerca di conferma della propria visione di come studenti indisciplinati, indipendenti, ecc.

“Queste scelte hanno lo scopo di proteggere, presentare, preservare e promuovere il nostro senso di sé così che possiamo <<affermarci>>, cioè mantenere un senso di autostima” (pag 94).

Con questa chiave leggo, per esempio, il comportamento di uno studente di un corso di recupero che, incoraggiato e lodato perché le sue risposte corrette mostravano che aveva cominciato a ingranare, ha smesso di frequentare il corso.

Credo che le parole di incoraggiamento e di lode abbiano messo in crisi l’idea che aveva di sé - e che gli veniva confermata abitualmente - di essere uno che non capisce niente; destinato, completato o non completato il liceo, a un lavoro di fatica. Triste, ma terribilmente plausibile.

“Uno dei principali obiettivi dell’istruzione è mettere gli studenti nelle condizioni di affermarsi come discenti di ciò che riteniamo utile conoscere” (pag  94).

Per poter stabilire se è necessario o no un intervento di aiuto e, eventualmente, che tipo di intervento, dobbiamo monitorare i seguenti aspetti di ciascuno dei nostri studenti: autoefficacia, autosabotaggio, motivazione, obiettivi personali, dipendenza, autosvalutazione, distorsione, perfezionismo personale, senso di impotenza e confronto sociale.

In allegato, un approfondimento su questi temi.

Queste corde sono gli elastici di una catapulta che ci spedisce nel campo minato del disagio. Anche psichico. Argomento scivoloso. Ma imprescindibile, credo. Come credo che un insegnante NON possa e NON debba cercare intervenire in campi che non sono di propria competenza.

Possiamo registrare il fatto che un ragazzo porti in classe un disagio. Possiamo evitare di sollecitarlo sui suoi punti di sofferenza. Possiamo fargli capire che lo vediamo ed empatizziamo con lui (almeno finché non ci ostacola troppo il lavoro). Ma se il suo disagio è vasto e profondo, dovremmo poterlo indirizzare a professionisti preparati ad affrontarlo. Sappiamo che non è banale che un suggerimento del genere venga accolto serenamente. Dagli studenti come dai loro genitori. E sappiamo pure che professionisti realmente efficaci non sono così diffusi (come in tutti i campi). Quindi continuiamo a fare quel che possiamo.

Hattie non affronta il tema, nella sua accezione più vasta, e si limita a trattare i casi di disagio didattico.

Hattie sostiene che possono essere insegnati – e quindi appresi – gli atteggiamenti più proficui all’apprendimento: perseguire obiettivi di apprendimento (invece che di prestazione: cfr allegato); accettare e rielaborare i feedback dell’insegnante; perseguire obiettivi impegnativi; valutare i propri risultati confrontandoli con i livelli di competenza richiesti e non con i risultati dei compagni; sviluppare un alto senso di autoefficacia; sviluppare l’autoregolazione e il controllo personali (anziché l’impotenza appresa).

Come? Innanzitutto esplicitando gli obiettivi di apprendimento e i criteri di successo di ogni lezione.

“Naturalmente lo studente potrebbe scegliere di non impegnarsi, di dedicarsi attivamente a tutt’altro o semplicemente di stare a vedere cosa succede. Se l’insegnante non esplicita con chiarezza gli obiettivi di apprendimento allora spesso l’unico obiettivo che rimane allo studente è confrontarsi con gli altri […]. Shunck ha dimostrato che quando gli obiettivi vengono esplicitati fin dall’inizio della lezione, gli studenti hanno più fiducia nella possibilità di raggiungerli. La loro fiducia cresce man mano che fanno progressi nell’acquisizione delle abilità, e questa fiducia li aiuta a rimanere motivati e a fornire buone prestazioni. Anche le valutazioni formative rapide (cfr cap 7), fornite nel corso delle lezioni, aiutano gli studenti  a vedere i propri progressi e a monitorare così il loro investimento e la loro fiducia nell’apprendimento”. (pag 102).

Hattie quindi ritiene predominante il razionale (la volontà, il controllo) sull’inconscio.

Non mi trovo d’accordo. Sia negli studenti sia in noi stessi credo che sperimentiamo ogni giorno il contrario: non posso convincermi a fare qualcosa che non mi sento spinta a fare.

Per portare a studiare studenti che non riescono a trovare da soli la motivazione per farlo, mi sembra sia necessario un intervento forte di rapporto. Ma questa è un'altra storia. E spero di poterla raccontare non molto tempo dopo aver completato il riassunto del libro di Hattie.

I grassetto nel testo, al solito, sono miei. 

 

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