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Sito della Prof.ssa Angelucci
Preparare la lezione - 03/02/2018 PDF

“Ci sono molti modi di preparare la lezione ma il più efficace implica la collaborazione tra gli insegnanti che, insieme, sviluppano i piani e un’intesa riguardo a cosa vale la pena di insegnare, acquisiscono consapevolezza di cosa intendono per “sfide” e “progressi” e valutano l’impatto della loro pianificazione sul risultato degli studenti” (pag 89, cap 4, Hattie Apprendimento visibile, insegnamento efficace).

Certo, richiede un notevole impegno l’incontrarsi e, soprattutto, l’accordarsi (siamo terribilmente individualisti, noi insegnanti. A livelli che sfiorano il ridicolo, direi). E, con il nostro misero stipendio, ci mancano pure ulteriori riunioni con i colleghi.

Ma non solo la ricerca internazionale afferma la centralità di questo lavoro di squadra, ma anche il buon senso, se ci pensate: lavorando assieme vengono idee migliori, ci si completa e si può sperare di compattare quella rete sfilacciata dalle cui maglie, tragedia, sfuggono sempre troppi studenti.

Credo che dovremmo chiedere fondi ad hoc per finanziare la collaborazione tra docenti. Disciplinare e interdisciplinare. O chiedere che vengano messe in campo strategie organizzative adeguate. Per esempio costruire l’orario in modo che tutti i docenti di una materia, un giorno a settimana, terminino le lezioni alle 12:15 e si possano riunire dalle 12:30 alle 14:30.

Hattie prosegue specificando di quali aspetti si compone la pianificazione: rilevazione del pregresso (non solo a inizio anno, ma in relazione a ogni modulo didattico, e alla singola lezione); individuazione dell’obiettivo (come sopra: macro, intermedio e micro); monitoraggio della progressione (velocità di progresso); collaborazione fra gli insegnanti.

Cominciamo con l’analizzare la questione del rendimento pregresso: “gli studenti più bravi tendono a fare progressi maggiori, mentre gli studenti meno bravi tendono a fare i progressi minori. Il nostro lavoro in qualità di insegnanti è mandare all’aria questo meccanismo” (pag 90).

A questo punto Hattie presenta un’istanza che mi pone drammaticamente davanti ai miei limiti personali e professionali e che, a un tempo, mi pare lapalissiana:  “prima di pianificare la lezione l’insegnante deve sapere cosa lo studente già sa e cosa sa fare” (e fin qui se po’ fa’, come si dice a Roma) e “come ogni studente pensa (!) […]; [intendendo con questo NON gli] stili di pensiero (visivo, cinestesico, ecc), riguardo ai quali non esistono evidenze, ma di comprendere le strategie che utilizzano per pensare, in modo da poterli aiutare a migliorare su questo piano”.

Un esempio di come sia possibile riuscire in un’impresa del genere me l’ha fornito la madre di Luca, un amico di mia figlia che è andato in Canada a settembre, e resterà lì. [Per chi volesse approfondire, in quest’articolo è spiegato bene come funzionano le scuole superiori in Canada].

Nella scuola che frequenta Luca (pubblica), le materie oggetto di studio sono suddivise in due semestri (alcune obbligatorie e alcune facoltative) e a ogni materia sono dedicate 6 ore: circa 1h30 al dì.

La lezione di matematica comincia in questo modo: l’insegnante assegna alla classe esercizi di riscaldamento e poi gira per i banchi per informarsi su come sia andata con i compiti assegnati il giorno prima. Se c’è qualcuno che ha avuto difficoltà, l’insegnante gli siede accanto e lo aiuta a risolvere gli esercizi risultati critici. In questo modo nessuno resta indietro: non ci sono insufficienti!

Ecco: lavorando così, ci credo che si possa capire come ragionano gli studenti. Almeno quelli che si trovano più difficoltà (o sono meno motivati). Ma qualcuno ha un’idea di come potremmo fare con il sistema italiano? Specialmente in assenza di continuità didattica?

Io, che pure spesso mi trovo a spiegare cose individualmente, in quanto assegno lavori da fare e poi giro tra i banchi (massimo una volta a settimana), non saprei proprio dire come ragionano i miei studenti. Specialmente quelli con maggiori difficoltà. Neanche nella classe in cui insegno matematica e fisica da quattro anni.

Probabilmente però, non conosco le loro strategie di ragionamento anche perché le ho mai indagate con la dovuta attenzione. Vedremo se, ponendocela l'attenzione, riuscirò.

Il punto è che i ragazzi pensano in maniera differente dalla nostra  [Piaget e neuroscienze docent] “il che significa che occorre prestare attenzione a come e non soltanto a cosa imparano”.

Prosegue Hattie: “Shayer [in quest’articolo] ha sviluppato un programma di accelerazione cognitiva basato su tre principali fattori: la mente si sviluppa in risposta a una sfida, a un disequilibrio, a un conflitto cognitivo; la mente si sviluppa mano mano che diventiamo consapevoli dei suoi processi e dunque impariamo a controllarli; lo sviluppo cognitivo è un processo sociale alimentato da un dialogo alto di qualità fra pari supportato dagli insegnanti”.

Per accelerare genuinamente l'apprendimento, si deve puntare a un livello di pensiero più alto e più profondo (compatibile con le possibilità degli studenti, ovviamente) e, per riuscirci, ci viene indicato di basarci sul dialogo: con gli studenti e tra gli studenti.

Proprio come allenatori sportivi di una squadra: a noi il compito di pianificare il percorso di allenamento, fisico e strategico, ma poi la partita la devono giocare ragazze e ragazzi. E più giocano, più diventano bravi, se guidati da un bravo allenatore. Questo fatto è fondamentale.

En passant: due delle maggiori differenze che ha riscontrato Luca tra scuola canadese e italiana concernono il rispetto: dei docenti nei confronti degli studenti (nessun insegnante alza mai la voce o si rivolge in modo brusco agli studenti) e dei docenti fra loro…

I grassetto nel testo sono miei mentre i corsivo, di Hattie.

 

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