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Sito della Prof.ssa Angelucci
La testardaggine degli insegnanti - 26/11/2017 PDF

“Perché se un insegnante non è aperto a imparare, non è un buon insegnante, e non è nemmeno interessante; i ragazzi capiscono, hanno ‘fiuto’, e sono attratti dai professori che hanno un pensiero aperto, ‘incompiuto’, che cercano un ‘di più’, e così contagiano questo atteggiamento agli studenti. Questo è il primo motivo per cui amo la scuola”. (Papa Francesco)

Sinceramente non avrei mai pensato di aprire un post con le parole del Papa, ma queste sono perfette per il tema che vorrei trattare: l’importanza che ha, nel rapporto di insegnamento-apprendimento, il fatto che gli insegnanti non smettano mai di studiare, sui libri e ai convegni certo, ma sopratutto i propri studenti.

Come lo stesso Hattie procede ricalcando concetti già espressi, e come noi insegnanti dobbiamo spesso essere ridondanti, tornando e ritornando sui concetti, cominciamo da dove ci eravamo lasciati:

Pag 59 [corsivi e grassetti miei]: “L’insegnamento e l’apprendimento visibili si hanno quando l’apprendimento è un obiettivo esplicito e trasparente, quando il grado di sfida che implica è adeguato e quando sia l’insegnante sia lo studente cercano (nei loro vari modi) di stabilire se e in quale misura l’obiettivo venga raggiunto. L’insegnamento e l’apprendimento visibili si hanno quando c’è una pratica intenzionale finalizzata al raggiungimento della padronanza dell’obiettivo, quando viene dato e ricercato feedback, quando ci sono persone attive, appassionate e coinvolgenti (insegnanti, studenti e pari) che partecipano all’atto dell’apprendere. Si hanno quando gli insegnanti vedono l’apprendimento attraverso gli occhi degli studenti e gli studenti vedono nell’insegnamento la chiave del loro apprendimento. Una cosa importantissima che l’evidenza mostra è che gli effetti maggiori sull’apprendimento degli studenti si hanno quando gli insegnanti imparano dal loro stesso insegnamento, e quando gli studenti diventano insegnanti di sé stessi”.

Pag 63 “Più l’insegnante diventa studente e più lo studente diventa insegnante, maggiori saranno i risultati”.

La maggior parte degli insegnanti passa dall’essere stato studente al divenire insegnante senza un genuino, critico - e adeguatamente lungo - momento di riflessione sulle proprie concezioni di insegnamento e sulla proprie idee riguardo la materia (o le materie) che andrà insegnando. Generalmente andrà riproponendo quanto ha visto. Oppure si muoverà in opposizione a quanto ha visto. Ma quasi sempre si baserà sulla propria esperienza e sulle proprie sensazioni.

Una riflessione del genere venne sottoposta a me - e a settanta persone che, come me, erano state selezionate per frequentare la SSIS (Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario) – nel lontano 2001.

La SSIS era una grande idea. Realizzata non ottimamente (anche a causa delle annuali0 minacce di chiusura che, alla fine, vennero attuate) ma con grandi qualità. Innanzitutto vi si entrava solo superando una doppia selezione: test di scrematura iniziale e domande aperte per la selezione conclusiva [purtroppo non erano previsti test motivazionali e psichiatrici: nel nostro Paese, temi ancora tabù] e poi seguivano corsi di didattica, di pedagogia, sociologia, antropologia, sociologia, docimologia, tirocinio, costituzione, ecc. corrispondenti ad altrettanti esami intermedi. Si concludeva infine in bellezza con una relazione di tirocinio e un esame in uscita (la stesura di un'unità didattica).

Siamo stati posti davanti a molte domande. Che sono importanti più delle risposte (sempre provvisorie e falsificabili). Abbiamo lavorato assieme più di quanto il docente medio farà mai con i propri colleghi. E’ stato bello e formativo. Certo grazie al fatto, anche, che la didattica della matematica e della fisica sono molto avanzate in Italia. Purtroppo non può dirsi altrettanto per altre discipline.

Ricordo bene al “Valle Occupato” il disprezzo ostentato dall’insegnante-giornalista Chrisitan Raimo verso questo importante canale di selezione e formazione docenti. A nulla valse la mia testimonianza: la SSIS che conosceva lui (italiano e latino) non funzionava e quindi la SSIS non funzionava.

Lo stesso atteggiamento dogmatico Hattie riscontra in molti docenti che, pur davanti all’insuccesso delle proprie pratiche, non le cambiano di una virgola. Quasi che fossero una religione, e quindi impossibili da mettere in discussione. Preferiscono pensare tutto il male possibile dei loro ragazzi e, in generale, concentrano su cause esterne (anche vere ma non propriamente afferenti al successo didattico), ma la propria didattica non la mettono in discussione.

Peccato. Certo, mettersi in discussione è difficile e studiare è faticoso per tutti. Ma vuoi mettere, la soddisfazione di ottenere quello per cui stai lavorando, e cioè l'apprendimento degli studenti? l'accendersi di una luce di passione nei loro occhi? il vederli prendere il tuo posto e illustrare alla classe un metodo inventato da loro per risolvere un esercizio che hai proposto?

                                                                                                            ...continua

 

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