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Sito della Prof.ssa Angelucci
Problemi generici, a scuola (aperti?) - 21 ottobre 2017 PDF

Lavorando ogni giorno a contatto con ragazze e ragazzi tra i 14 e i 18 anni, emergono diversi problemi, inerenti il loro stare a scuola e il loro rapporto con lo studio, che spero siano già oggetto di ricerche scientifiche serie. Mi limiterò quindi a elencare tali problemi  - commentandoli colloquialmente – sperando che qualcuna/o di voi mi indichi dove cercare risposte alle mie domande.

Primo problema: la ben nota scarsa confidenza con il linguaggio scritto e parlato. Sia in dal punto di vista della comprensione, sia dal punto di vista della produzione.

Sono a conoscenza da tempo del fatto che il linguaggio che utilizzano fra loro è mediamente rozzo e primitivo (sei anni fa invitai a casa un gruppo di studentesse di liceo linguistico, dopo la maturità, e assistetti allibita al loro colloquio fatto di suoni gutturali semiarticolati…).

Sappiamo tutti che i media tradizionali, che hanno svolto un ruolo importante nell'alfabetizzazione degli italiani, hanno perso molti colpi. Però ragazzi e ragazze non frequentano molto i media tradizionali. Piuttosto seguono youtuber le cui competenze comunicative spaziano dal livello scimmia a livelli nettamente superiori del conduttore televisivo medio. Ma soprattutto guardano (velocissimamente) figure e video su: Istagram, Snapchat, Whatsapp, ecc e poi frequentano molto videogiochi.

E non è vero che non leggano! Leggono libri anche molto interessanti (me ne sto facendo prestare alcuni e mi sto divertendo molto).

Ultimo (ma forse non ultimo) osservo prendere piede, almeno a Roma, un andazzo preoccupante che coinvolge anche gli adulti: il tornare in voga di modalità espressive gergali (non dialettali ché, purtroppo, il dilaetto romanesco non lo sa quasi nessuno), volgari, urlate, ecc.

Come, quanto e perché gli aspetti che ho elencato hanno a che fare con l’impoverirsi delle capacità linguistiche? E il linguaggio dei libri di testo, spesso inutilmente complicato ma incapace di rendere la complessità del reale, ha qualche responsabilità anche lui?

Secondo problema: la difficoltà a ricordare: concetti, parole, frasi, ecc.

Mi colpisce in particolare il caso di una studentessa che incontro privatamente – dolce fanciulla, di buona famiglia – che non riesce (o non vuole?) ricordare il nome degli oggetti matematici che incontriamo. E quindi le loro proprietà.

Le propongo da diversi incontri l’importanza del narrarsi una storia per prendere due piccioni con una fava: agevolare la memorizzazione e divertirsi di più nello studiare.

Come egregiamente raccontato in questo articolo, infatti, l’importanza della narrazione nell’apprendimento di qualunque cosa è nettissima.

Ma non capisco se non mi crede o se non riesce: se le risulti ridicolo associare la matematica alle fiabe o difficile narrarsi una storia che richiede un registro alto e ipercontrollato, com’è necessario nelle fiabe matematiche. Problema analogo si presenta, ovviamente, con i miei studenti.

Leggendo questo articolo ho avuto conferma che le strategie che metto in atto per coinvolgerli motivarli e aiutarli a memorizzare corrispondono a quanto consigliato dalla ricerca in neuroscienze. Ma non funziona che a metà, perché?

Dall’articolo precedente: “[…] senza alcun rinforzo o connessione a conoscenze precedenti, le informazioni vengono rapidamente dimenticate (addirittura il 75 per cento dopo soli sei giorni). Cosa si può fare allora per preservare il duro lavoro dell'insegnante?”.

Spesso ho la sensazione che quello che costruiamo assieme nelle ore di lezione, venga disfatto là fuori. Ma da quale tipo di attività o di essere misterioso (e terrificante)?

Terzo problema: il rispetto di luoghi, persone e ruoli.

Girando per le scuole del regno si sentono ovunque dire da ragazze e ragazzi, ad altissimo volume, cose che potrebbero imbarazzare anche se sussurrate? Con totale incuranza di chi si trovi a passare?

Ricordo con orrore le volte in cui dovevo trovarmi nell’atrio della scuola elementare frequentata da mia figlia al momento dell’uscita delle classi: un’apoteosi di urli e schiamazzi! Insopportabile.

Moltissimi ragazzi scrivono a penna sui banchi, anche nuovi, senza il minimo pudore.

La parte inferiore dei banchi è sistematicamente tappezzata di gomme da masticare (che orrore!).

E ometto, per vergogna, episodi recenti che hanno visto protagonisti studenti che, in generale, reputo validi.

Ora, in quest’articolo si descrive in maniera efficace il cambio di paradigma che stiamo vivendo.

Come tanti docenti che conosco, sono perfettamente inserita in quanto descritto nel seguente passo dell’articolo linkato: “Lo studente non ha paura del docente ma cerca una relazione onesta. L’insegnante non è più l’autorità come una volta ma un simbolo di affettività (proprio come i genitori)”.

Ma una relazione affettiva si basa sul rispetto. A maggior ragione se è onesta e non è inquinata da paura. O no? Cosa sta succedendo?

Quarto problema: la motivazione allo studio.

Perché studiare? Uno dei motivi credo sia per sapere cosa hanno scoperto e inventato prima della nostra nascita e quindi andare a vedere se e come possiamo lasciare un contributo originale.

Ma le motivazioni per cui studiare sono tante e tali… Il problema dovrebbe essere scegliere la propria, piuttosto che non trovarne alcuna!

Temo che questo problema sia ingenerato da almeno due grandi equivoci: cosa serva veramente sapere e saper fare nella vita, e cosa sia veramente divertente. E qui mi fermo.

Anche perché questa volta credo che la risposta non sia da cercare in una ricerca scientifica: il MONDO dice a questi ragazzi che non devono studiare. Che studiare non serve a niente. E le ragioni mi sembrano fin troppo banali. Sconvolgente piuttosto constatare quanti allocchi ci caschino! E continuino a cascarci, anche se avvertiti. A volte il mio lavoro si vena di tristezza…

Concludo citando di nuovo l’ultimo articolo di cui trovate il link poco sopra:

“[…] occorre combattere la sottocultura massmediatica, il marketing, il potere orientativo dei coetanei. Questa a mio avviso deve essere la competenza [principale da trasmettere ai nostri ragazzi]: affrontare con spirito critico le dinamiche del mondo (anche virtuale) nel quale sono immersi per poter gestire il [o almeno per potersi orientare all’interno del] cambiamento invece di subirlo”.

Già, ma in che modo?

 

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