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Sito della Prof.ssa Angelucci
Ai miei tempi... PDF

Avvertenza 1:  articolo ad alta densità di nostalgia (non apologetica, però).

Avvertenza 2: avrei voluto essere politicamente corretta e mettere sempre il doppio genere (maschile-femminile), ma il tutto diventava illeggibile. Quindi mi sono arresa alla consuetudine del maschile onnipervasivo (Serianni docet).

Ai miei tempi, se i tuoi genitori andavano a parlare dal Preside (l’attuale Dirigente Scolastico, chiamato in tutti i contesti ufficiosi ancora Preside) era perché vi erano stati convocati. E se venivano convocati voleva dire che l’avevi fatta proprio grossa.

Era impensabile che dei genitori si recassero spontaneamente dal Preside; figurarsi poi per parlare di argomenti “futili” come i voti che ci beccavamo, o la particolare difficoltà della tal o della tal’altra materia...

Ai miei tempi, noi studenti poi non ci pensavamo proprio ad andare dal Preside. Ricordo vagamente la sagoma del Preside del mio liceo. Non so neanche se sia stato lo stesso per cinque anni o se l’abbiamo cambiato!

Più in generale, sia noi che i nostri genitori, consideravamo il rapporto tra noi ragazzi e i nostri professori – lo sbrogliarcela in quella matassa di varia umanità  - un affare nostro: facente parte della nostra vita, del nostro compito di studenti... [è pur vero che non assistemmo mai a episodi gravi: né fra noi - che anche quando ci detestavamo, lo facevamo con una certa classe - né da parte degli insegnanti]. E mostravamo, in questo, anche una visione consapevole e realista delle effettive possibilità d’intervento degli adulti su questo rapporto.

Se un professore era particolarmente esigente, ci mettevamo più sotto a studiare (qualcuno più ribelle trovava modi per fregarlo; uno di questi, oggi, è dirigente di una multinazionale, settore marketing...); aiutandoci fra noi, specialmente gli ultimi anni. Se un professore era cialtrone, nelle sue ore ci riposavamo (restando ignoranti come capre, nella sua materia, purtroppo). In generale, mantenevamo un discreto aplomb. Potrei addirittura azzardare il termine rispetto. E già, perché la stima non è dovuta: va guadagnata sul campo. Il rispetto, invece, sì. Fino a prov(oc)a(zione) contraria...

Solo due volte ricordo che derogammo al nostro modus operandi: in relazione alla professoressa di francese settantenne – un tempo molto in gamba, ma non più in grado di attivare la complessa rete di attività denominata insegnare – alla quale stabilimmo scientemente di rendere la vita in classe un inferno, per dissuaderla dal restare; e con una delle innumerevoli supplenti di italiano-latino – di una mosceria inaudita: la chiamavamo “l’abbacchietto” – che ebbe la malaugurata idea di dire la frase-che-non-va-MAI-detta: “lo so ragazzi che è noioso, ma BISOGNA farlo”. Credo che, se viva, ricordi ancora oggi la nostra reazione... In entrambi i casi, comunque, facemmo quel che facemmo perché TENEVAMO a quelle materie d’insegnamento...

Nel corso dei cinque anni di liceo solo i seguenti professori di liceo hanno contribuito a formare il mio apparato metodologico-cognitivo: la professoressa di italiano-latino-storia-geografia del biennio (severissima, antipaticissima e temutissima, ma molto preparata – specialmente in latino e storia – e molto formativa, in tutti i sensi), il professore di disegno del terzo-forse-quarto (esigentissimo e scorbutico), la professoressa di italiano-latino dei primi quattro mesi di quinto (perfetta: preparatissima, pacata, simpatica, ecc) che ci lasciò perché le diedero una bimba in affidamento;  e la professoressa di francese di quinto (seriosa e antipatica ma molto diligente e preparata).

Le professoresse di matematica al biennio, e di matematica e fisica al triennio (ne cambiammo due o tre), credo fossero decenti: senza infamia e senza lode. Temo anche che aderissero alla scuola: “ecco la regola [come odio questa parola!!!], ecco alcuni esempi di applicazione ed ecco un mucchio di esercizi in cui testare la regola: testa bassa e pedalare!”, perché non ricordo nessuna spiegazione degna di questo nome: rivedo solo me che lotto con esercizi di cui non comprendo, fino in fondo, il senso.

In particolare in quinto, il ricordo più vivo riguarda gli interminabili pomeriggi trascorsi a risolvere problemi, e quesiti di esame, degli anni precedenti: io e la mia compagna di banco, e di studi, li risolvemmo TUTTI prima della fine della scuola: sessioni ordinarie e straordinarie. E poi ricominciammo daccapo. Come già detto, non capivo il senso di quel che facevo (probabilmente per questo, oggi che insegno, TORTURO i miei studenti con i perché e i percome e i perquando, ecc!). Ma ciò non mi ha impedito di fare il compito di matematica di maturità [che bella parola!!!] migliore della scuola: l’allenamento è TUTTO, nella vita. O quasi tutto...

Ai miei tempi si bocciava, e si rimandava a settembre, con disinvoltura: senza pensarci troppo (o almeno così ci sembrava). Qualcuno si perdeva per strada (Dimitri dagli occhi blu-viola. Poi una tipa piuttosto sbracata nel parlare – eravamo tutti lord e lady, nella mia classe: l’unica di francese della scuola – che mi reputava l’essere più noioso del pianeta, e forse anche un po’ autistica, visto che parlava di me davanti a me, come non ci fossi) sicuramente qualcun altra/o che non ricordo più.

Quasi mai i rimandati a settembre venivano bocciati. Un mio futuro fidanzatino (capo carismatico più grande, di quei polli dei miei compagni di classe maschi - con affetto parlando) la prese troppo alla leggera, non studiò nulla, andò – oltretutto – a sfottere la commissione e costituì così un’eccezione alla regola. Oggi è professore ordinario all’università...

Ai miei tempi non eravamo cyborg: eravamo fragili, deboli, soli. Eravamo anche molto diversi fra noi. Qualcosa ci accomunava però: giocare assieme a calcio o a pallavolo (anche le ragazze); suonare e cantare; fare qualche passeggiata, preferibilmente a Villa Pamphili; studiare assieme (a coppie, massimo in tre; se volevamo veramente studiare). O forse eravamo cyborg, visto che non ricordo di aver visto mai nessuno piangere per cose di scuola: si piangeva per amore, essenzialmente. No?

No: si piangeva anche per motivi più seri. Qualcuno morì prematuramente. E senza preavviso. Non tra noi, ma attorno  a noi.

La mia classe partì molto unita ma, dopo il biennio, inesorabilmente – senza che nessun adulto tentasse niente – si disgregò. Il fatto è che c’era chi soffriva come un cane: in una maniera sorda e rabbiosa (generalmente erano quelli che piangevano meno...). La rabbia era ben visibile da parte di noi ragazze e ragazzi ma era anche incomprensibile (o almeno, non sapevamo che farci!), quindi inaccettabile, quindi centrifuga. I professori invece non vedevano proprio niente. Specialmente se chi soffriva andava bene a scuola: questo bastava e avanzava per loro...

Questo è quanto. Direi che non è il caso aggiunga commenti o altri dettagli. Lascio a voi la parola.

P.S. La figura più importante nella mia formazione è stata la maestra delle elementari, che mi ha trasmesso l’idea dell’insegnamento come alternarsi di domande e risposte (domande da rivolgere a sé stessi, come insegnanti, innanzi tutto): di perché, percome, perquando, ecc. Seguita a ruota dalle insegnanti di matematica e scienze, e di tecnica (allora, giustamente, due) delle medie...

 

Commenti 

 
+1 #4 Alessandra Angelucci 2015-06-04 14:48
Che commenti densi e complessi! E quante cose leggete nel mio piccolo sfogo: grazie.
In effetti probabilmente volevo porre l'accento sull'importanza di lasciare il giusto grado di responsabilità ai ragazzi - come dice Paolo (magari, però, con quel pizzico di consapevolezza didattica che non guasta...); e ci sono i sensi da dare alla scuola: la scuola come saperi, la scuola come primo luogo dove si comincia a lavorare - come dice Cristina - ma anche la scuola come SFIDA (con sé stessi, per prima cosa ma anche con adulti vari ed eventuali; meglio se sani ed esigenti, certo; ma poi ce la si deve cavare con quello che si trova!!!) come dice Fabrizio.
E poi ci sono i commenti privati: in cui viene che sottolineato come fosse incredibile che i professori non ascrivessero certi comportamenti, certe provocazioni (o certi perfezionismi), a malesseri profondi...
Oggi vedo molta più attenzione fra le colleghe (e i pochi colleghi). E anche maggiore competenza. Nonostante tutto!!!
Continuate così (sia voi che commentate, sia voi che lavorate a demolirla la scuola: dovete picchiare più duro!!!)
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+1 #3 Fabrizio 2015-06-04 12:58
Alessandra... leggo con attenzione, rabbia, stupore, dolcezza, sorrisi a denti stretti (di quelli con il ghigno laterale). Trasuda una voglia di riscatto da tutto questo ma ho l'impressione che con il tuo essere mamma e prof. adesso tu stia facendo già molto. Annoverandomi tra gli asinacci, non è che non avessi voglia ma semplicemente non avevo idea di cosa significasse organizzarsi l'esistenza.
Non mi servivano i perché dello studio ma un metodo per costruire il mio futuro una declinazione e una versione di latino sull'altra, così come pure ogni funzione, derivata, integrale e persino ogni partita a palla a volo... Tutto racchiuso nel concetto di crescere.
L'insegnamento più grande? la "SFIDA".
Quella prof di italiano latino ecc. è stata la prima sfida che ricordo nella mia vita ed avevo 15 anni. Preso un 6- in latino mi sentivo che avrei potuto fare tutto nella vita...Di sfida in sfida sono cresciuto conservando quella capacità di affrontare problemi e "prof" da SOLO.
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+1 #2 cristina 2015-06-01 08:06
Tematica complessa e che fa riflettere.
Noi genitori, allora studenti, forse abbiamo dimenticato proprio un'importante lezione: a scuola ci si fa domande e si cercano risposte. Si va alla ricerca del sapere, utile e sano in ogni fase della vita. E per 'sapere' si lavora.
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+1 #1 Paolo Fasce 2015-05-31 10:31
Interessante spaccato. C'è un elemento di discontinuità che invochi tra la tua situazione di studentessa di liceo e insegnante di liceo. Ma ci sono anche altre scuole nelle quali la situazione era diversa giacché la composizione sociale era diversa. Penso che se da un lato occorre dare nuovamente dignità e responsabilità agli studenti (ad esempio non trattandoli da prigionieri all'uscita di scuola primaria e consentendo loro di tornare a casa da soli, combattendo le ansie materne diffuse; ad esempio "ricostruendo" le condizioni grazie alle quali questi giocavano "per strada", mentre oggi sono guardianati da allenatori e maestri di danza), dall'altro occorre anche creare le condizioni perché altro genere di didattica siano possibili.
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